Aug
13
2008

L’hardware, il software e l’anello mancante

Hardware E software sono le stesse facce di un’unica medaglia. Sopratutto ora che il software si è diffuso a tal punto che diventa difficile trovare un oggetto non programmabile.

All’inizio, le cose erano costruite per funzionare in un determinato modo. E se si voleva cambiarne il modo di funzionare, bisognava cambiare le cose stesse.

Prendete ad esempio un orologio da polso, di quello con le lancette. Se non ha quella dei secondi, bisogna fare una modifica per aggiungerla. E se poi si desidera avere anche la data? Cosa succede? Semplice… si aggiunge tutta una serie di ingranaggi per fornire questa nuova informazione!

Prendete ora lo stesso orologio da polso, ma digitale, di quelli con un piccolo schermo LCD. Manca qualche cosa? Semplice… basta aggiungerlo. Volete mostrare i secondi? La data? l’anno? Non c’è problema, basta modificarne il software ed il gioco è fatto.

Lo stesso vale per tantissimi dispositivi che contengono dei piccoli chip costruiti per essere generici, o multi-purpose, e programmati in base alle necessità!

Le cose sono in realtà “semplici” ma la cosa strana è che non ce ne rendiamo poi così conto. Infatti, il mondo dell’hardware e del software viene spaccato letteralmente in due, quasi ad essere due cose completamente diverse: chi si occupa di una cosa non si occupa dell’altra e viceversa.

Il problema è che questa spaccatura avviene già all’università… stranamente sotto mentite spoglie: nonostante il programma di studio preveda entrambe le materie (informatica per gli elettronici ed elettronica per gli informatici), succede che alla fine chi è da una parte non si sporca con l’altra e viceversa, quasi a farsi contaminare. Eppure…

… eppure le cose potrebbero andare di pari passo senza nulla togliere alla necessità di specializzazione che c’è in entrambi i settori. E’ la nostra cultura a costruire specialisti geneticamente modificati per essere incapaci di allargare le proprie vedute. E questi difetto di specializzazione è evidente anche in altri settori.

Certo, la specializzazione ha i suoi vantaggi. E’ necessaria e, a volta, indispensabile. Ma pensiamo un attimo ai costi che questo comporta! Infatti, anche se siamo specializzati non per questo migliori. Il MIT sforna persone educate ad allargare i loro orizzonti: hardware, software, management, organizzazione, cultura,… tutto viene insegnato e per questo non sono peggiori, anzi. La cosa strana è che iniziano chiudendosi in un garage, si divertono a fabbricare cose che toccano più ambiti ed escono dal loro garage per lanciarsi in borsa. E con successo!

Ok, l’esempio non è dei migliori… il MIT è il MIT, e qui non si discute. La cultura americana non è così refrattaria alle innovazioni come quella italiana (con poche eccezioni). Che non riesce in un’attività non è considerato un appestato da evitare ma, anzi, una persona esperta che ha il coraggio di buttarsi e di rialzarsi dopo una batosta! La borsa americana, poi, e la loro mentalità del rischio sono anch’essi parecchio diversi… ma noi puntiamo alla specializzazione a tutti i costi e “qua stiamo”! Quindi, perché non “imparare l’arte e metterla da parte”?

A questo punto, parliamo un po’ di futuro. Sempre più spesso ci ritroveremo a dover integrare il mondo duro con il mondo morbido. A breve l’Internet delle Cose sarà a portata di tutti. Gli strumenti per collegare un sensore ad un oggetto collegato in Internet e controllato da un browser non sono di là da venire ma già il presente (solo che pochi lo sanno). E questo vale anche per dispositivi, strumenti, costi e community! Gli elementi ci sono già tutti. E se non iniziamo a pensare olistico, a 360°, in modo multi-disciplinare o pluri-disciplinare… non riusciremo mai a star dietro ad un Oriente che avanza, esattamente come fino ad oggi non siamo riusciti a star al passo di Stati Uniti o Giappone!

La logica Fuzzy è già da tempo dominio dei nipponici, ed è solo un esempio di quello che ci aspetta. E’ tempo di passare da “Think Globaly” o “Think Glocally” a “Think Integrally“.

E per farlo una proposta concreta: 24hrsCamp, un evento non comune per incontrarsi e sperimentarsi con progetti non comuni. L’iniziativa è stata lanciata. Il primo progetto avrà per tema la solidarietà con uno strumento per ONG e no-profit. Poi si proseguirà. E l’idea è proprio quella di fare un progetto che coinvolga hardware e software assieme. Un progetto per restituirci una unione che solo apparentemente è divisa da una specializzazione che, più che un vantaggio è una zavorra. Ora più che mai! Si tratterà di individuare una piattaforma hardware tra quelle disponibili sul mercato (es. Arduino), un framework di programmazione (es. Openspime) e alcuni strumenti per lo sviluppo rapido. Dopotutto si tratta di sfruttare 24 ore. Non una di meno. Non una di più.

3 Responses so far

  1. Vugan August 14, 2008 1:17 pm

    Beh parlare di software è troppo generico. Quello che dici è applicabile principalmente al firmware, ora come ora chi fa hardware deve saper programmare un firmware e viceversa (mi riferisco ad applicazioni di un certo impegno).
    Fare software poi è un’altra cosa… arduino e tutti i sistemi simili nascono per liberare i softwaristi dal problema hardware… Questo è un altro scenario che si sta affacciando e che porterà sicuri benefici. Ma per i progetti hardware di un certo peso, gli specialisti sono indispensabili…

  2. gielle August 14, 2008 11:16 pm

    Certo Vugan, hai ragione quando dici che parlare di software è generico, chi fa hardware deve sapere sviluppare i firmware,…
    Ma come dici tu, “Arduino nasce per liberare i softwaristi dal problema dell’hardware…” non mi sembra che questi softwarsiti siamo disperati dietro al hardware… e se si va a guardare queste piattaforme, ci si rende conto come si possano fare cose molto interessanti con mezzi ridotti!

    Quello che, secondo me, è molto limitante è la divisione in compartimenti stagni tra “duro” e “molle”. Pensa come sarebbe oggi l’informatica se le paratie fossero state un po’ più porose… ti comperi dell’hardware con alcune caratteristiche (sensori, motori, attuatori,…) e ti scrivi un po’ di codice, niente di complesso. Magari inseriti nei programmi didattici dell’università. O addirittura tra le attività facoltative nella scuole superiore.
    Non è un problema di dover avere degli specializzati, il problema è che siamo troppo specializzati. Pensa all’esplosione di creatività che permetterebbe invece un approccio maggiormente integrale all’IT. Anzi, mi verrebbe da dire che una volta c’era maggiore integrazione, ai tempi dell’informatica in cui si comperava il computer in kit da montarsi da soli, in cui circolavano alcuni circuiti perle espansioni di memoria,… Linux stesso ha costruito parte delle sue basi sugli sviluppatori di driver che hanno svolto un lavoro che, almeno all’inizio, i costruttori hardware non avrebbero fatto…
    Mi sto solo chiedendo se non varrebbe la pena allargare gli orizzonti, iniziare a pensa assieme ai propri “cugini tecnologici” cercando di “smanettare” per giungere ad una maggiore capacità di ideare prodotti e servizi. MIT docet… :-)

    PS parte di questo tema è affrontato nel libro “Quando le cose iniziano a pensare” di N. Gershenfeld.

  3. Vugan August 14, 2008 11:37 pm

    eheheh tu parli da softwarista liberato dal hardware e questo come dicevo apre nuove strade.
    Ma arduino & C non sono belli e comodi ma limitati… da ex hardwerista ti dico: l’hardware è ben altro e servono competenze specifiche che un ingegnere informatico per quanto specializzato non ha :-)

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